Franco Maria Ricci: un collezionista nel labirinto della bellezza

Franco Maria Ricci: un collezionista nel labirinto della bellezza

La scomparsa di Franco Maria Ricci, editore e collezionista d’arte, ha suscitato grande rammarico nel mondo dell’arte e della cultura italiana. Nato a Parma nel 1937, Franco Maria Ricci si laurea in geologia all’Università degli Studi di Parma ma il suo interesse per l’arte e la bellezza lo spinge verso un percorso completamente diverso. Come editore, affascinato dall’opera di Giambattista Bodoni, incisore e stampatore italiano vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, dal quale prendono il nome i famosi caratteri tipografici “Bodoni”, F. M. Ricci pubblica come prima opera la ristampa anastatica del Manuale Tipografico di Bodoni. Intanto l’interesse di Ricci per la grafica si esprime in marchi e campagne pubblicitarie realizzate per grandi aziende italiane e straniere. Tuttavia ben presto la sua sensibilità estetica e l’amore per il bello lo porta a realizzare libri d’arte e collezioni d’arte che lo rendono celebre in tutto il mondo, tra cui I Segni dell’Uomo, Morgana, Luxe, calme et volupté, La biblioteca blu, La Biblioteca di Babele, Guide impossibili e Grand Tour. La sua opera più nota al grande pubblico è la rivista FMR, una pubblicazione longeva che viene editata dal 1982 al 2004, che Federico Fellini definiva “la perla nera dell’editoria mondiale” per la raffinatezza e la preziosità dei contenuti.

Franco Maria Ricci non fu solo editore raffinato ma ha creato a Fontanellato un progetto monumentale e di incredibile fascino: il Labirinto della Masone che ospita la sua preziosa collezione d’arte.

Tra i più grandi del mondo, aperto al pubblico dal 2015, il Labirinto della Masone è un dedalo formato da 200mila piante di bambù progettato in collaborazione con l’architetto Pier Carlo Bontempi. Progetto accarezzato da tempo da Franco Maria Ricci, – la suggestione del labirinto lo accompagnò nei suoi incontri anche con personaggi dell’arte e della cultura, come con Jorge Luis Borges per il quale il labirinto più grande al mondo è il deserto -. Ma fuori da questa visione onirica, il labirinto per Ricci è un richiamo alla classicità. La rivista Artribune, in occasione della scomparsa del suo autore, così descrive il Labirinto della Masone: “nel Labirinto della Masone tutto si ripete, passo dopo passo, sotto lo sguardo del viandante: i bambù infiniti uno dopo l’altro, la penombra piatta del sole nascosto, le forme identiche in ogni sentiero. E in questo scorrere eterno l’orientamento si dissolve lasciando l’identità vibrare nell’incertezza di una meta misteriosa. Nell’inevitabile condizione di dover scegliere la direzione, solo dopo varie vie e vicoli ciechi, il viaggiatore raggiunge l’uscita e con essa la luce e il Centro. Qui appare una piramide, in cui si entra per ritrovarsi in una cappella spoglia, nessun oggetto liturgico, nessun ornamento, solo un piccolo altare e sul pavimento l’immagine del labirinto. La piramide, rimando diretto ed esplicito al divino, manifesta la religiosità del suo fondatore e al contempo il senso mistico di un progetto che oltrepassa l’ostentazione o la semplice costruzione di un’attrattiva per arricchire la collezione privata di un contenitore solido con cui si equilibra vicendevolmente e armoniosamente”.

Franco Maria Ricci ha vissuto nel dedalo di bellezza di cui il suo Labirinto è diventato un emblema e questa sua devozione all’arte, in un’epoca priva di autentica passione per il bello, ci ispira una certa malinconia come la figura, epica e drammatica, del protagonista de “Il generale nel suo labirinto” narrato da Gabriel Garcia Marquez.

Stagione di marmellate. Segreti e consigli.

Stagione di marmellate. Segreti e consigli.

Se la cultura è il granaio per le stagioni tristi dello spirito, la natura è il serbatoio dell’inverno. Nel pieno della stagione fredda non c’è niente di più gradevole che aprire la dispensa e ritrovare i colori, i profumi e il gusto dell’estate. Serbare e non sprecare quello che l’estate fa maturare in orti e frutteti è uno degli insegnamenti che le nonne hanno trasmesso a generazioni di nipoti. E aprire un vasetto di marmellata di fichi, di more o di passata di pomodori non è solo cibo per lo stomaco ma anche per l’anima perché in quei vasetti colorati, ben allineati nel fondo della dispensa, con l’etichetta scritta a mano tutto trasmette affetto, cura e gratitudine. Affetto per chi li riceve in dono, cura nel raccogliere, nel pulire, nel cuocere e infine nell’invasare. E senso di gratitudine per la terra che ci riempie le mani di frutti d’ogni specie.

Il 1° Settembre si celebra la giornata mondiale del creato, un giorno per celebrare la Terra che “ci sostenta e ci governa”, parole non recenti ma simbolo di un codice antico, scritto alle origini della nostra stessa lingua, il volgare, con le parole del bellissimo Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi.

Generazione dopo generazione, lungo il corso delle stagioni, di secolo in secolo, il rapporto con la terra è cambiato. Dalle rivoluzioni agricole dei monaci benedettini fino alla meccanizzazione più recente si sono avvicendati più di un cambio d’epoca. Ma il “miracolo” dei fiori e dei frutti continua così come continua la saggezza che non disperde il raccolto, non lo lascia marcire ma raccoglie, conserva e mette da parte marmellate e giardiniere come generi di conforto per i mesi sterili dell’inverno.

Siamo nel pieno della stagione più ricca dell’anno e in questi giorni capita di sentire nei supermercati rincorrersi tra gli scaffali la richiesta alle commesse dei vasetti, i classici “Bormioli”, diventati più introvabili del lievito e della farina durante il lockdown. I più previdenti hanno cominciato già nella tarda primavera con fragole e ciliegie, per continuare con pesche, fichi, more, prugne, pere, pomodori, giardiniere e si continuerà con arance e limoni. Chi ha piante da frutto, sa che la maturazione concomitante, appesantisce i rami, aumenta il numero di frutti pronti e c’è sempre una quota che finisce per terra e va persa. Ecco perché per evitare sprechi e poltiglie varie si invitano amici e conoscenti a completare la raccolta e a tenersi i frutti. E nel clima generale di maggiore attenzione e di ricerca dei frutti selvatici della terra a quelli tradizionali si uniscono le more selvatiche, il sambuco e i mirtilli, magari quelli piccoli e gustosissimi del Frignano. Piantare semi è un gesto che racchiude una grande speranza, ma implica accettare la sfida di veder sfumare il raccolto, d’altra parte se non si semina è certo che non ci sarà nessun raccolto, ma in questo modo la Natura si rivela essere l’incubatore più generoso delle nostre speranze.

Le confetture non sono specialità d’altri tempi ma facili preparazioni, molto apprezzate a colazione o da utilizzare per farcire crostate o dolcetti casalinghi. Sono facili da preparare e necessitano di pochi ingredienti: frutta e zucchero nella giusta proporzione e aggiunta di limone. Attenzione alla sigillatura che va fatta a “regola d’arte” a bagnomaria oppure con l’utilizzo di cognac flambé.

Per una strepitosa crostata
Per una strepitosa crostata è una buona idea mescolare confetture di frutta diversa e unire qualche ingrediente “segreto”.

Il ripieno
Ad esempio per un ripieno super unire la confettura di pere con la marmellata di arance amare, aggiungere poi cioccolato amaro tagliato a lamelle sottile e mandorle tostate tagliate fini.

La frolla
Per una crostata di fichi speciale vale la pena preparare la frolla con farina integrale e zucchero di canna, il sapore bilancerà la dolcezza della marmellata di fichi.

La confettura di prugne
Lo sapevate che nella confettura di prugne (quelle rosse) si aggiungono anche le mandorle, tagliate molto fini, estratte dai noccioli?

La confettura di fichi
È la mia preferita, come amo moltissimo questo frutto, tipicamente mediterraneo, che per essere apprezzato in tutto il suo succoso sapore, magari in abbinata con prosciutto crudo e mortadella, va colto direttamente dalla pianta. Sono anni che ad agosto preparo la confettura. Raccolgo i fichi dalla pianta di amici di famiglia che ad agosto, immancabilmente, mi telefonano per chiedermi di passare a prenderli perché sono disperati, maturati tutti insieme sono ormai stanchi di mangiarli e cadendo sotto l’albero richiamano vespe ed api.
Noi (che abbiamo atteso con apprensione di ricevere il loro appello) ci affrettiamo a ringraziare e nel giro di un’ora siamo già sul posto. Coperti con vecchi pantaloni e camicie con maniche lunghe, le foglie dei fichi sono un po’ urticanti, prendiamo la scala dalla rimessa e cominciano molto delicatamente a fare la cernita. I fichi vanno colti maturi ma non devono essere acidi! Altrimenti la confettura non sarà buona. Riempiamo con cura il cesto che viene calato a chi sta sotto la scala e ripone i fichi in cassette coperte di teli vecchi ma puliti. Ogni anno raccogliamo 7/9 chili di fichi. Tornati a casa la frutta va subito lavata delicatamente e rapidamente, poi si elimina il picciolo e si tagliano a pezzi senza sbucciarli; i fichi vanno messi in una casseruola di acciaio inox dal fondo molto pesante. Ogni due chili di fichi si aggiunge la scorza (edibile) grattugiata di 1 limone e poi il limone a pezzi.  Si porta il tutto a ebollizione per 40 minuti fino a ottenere un composto denso che aderisce al cucchiaio. A questo punto si toglie dal fuoco e si fa intiepidire. Per renderla omogenea ci sono varie soluzioni: passare al passaverdura oppure il frullatore a immersione, io sono per la seconda soluzione che è più rapida e precisa. La mamma della mia amica, la proprietaria del fico, preferisce lasciarla rustica a pezzettoni. Fatta questa operazione si aggiunge lo zucchero, la ricetta ne prevede 700 gr per chilo ma io ne metto meno circa mezzo chilo, molto però dipende anche dalla dolcezza del frutto, ad esempio quest’anno i fichi erano un po’ acquosi e poco dolci così su 7 chili ho aggiunto 2 chili di zucchero e la confettura è buonissima. Dopo aver aggiunto lo zucchero, si rimette sul fuoco e si fa cuocere finché non ha raggiunto la giusta consistenza. Ultimo passaggio, delicato, la sigillatura: io la faccio con il Cognac invecchiato, senza infiammarlo, un cucchiaio per vasetto.

Buon appetito!

La lezione del passero: consigli per avere fiducia in se stessi

La lezione del passero: consigli per avere fiducia in se stessi

Credere in se stessi è l’ingrediente segreto per avere successo. Chi potrà mai dimenticare le parole di un visionario come Steve Jobs? Ma senza spingersi troppo in alto anche personaggi amati dai ragazzi come Kung Fu Panda ci insegnano a conoscere “l’ingrediente segreto”. Il tema ha alimentato una vasta produzione di saggi, articoli, video e podcast. Ma come si costruisce la fiducia in se stessi?

Secondo gli psicologi molto dipende dalle esperienze del passato: sappiamo in base all’esperienza se siamo capaci sul lavoro o nel gestire i soldi o nelle relazioni affettive. Per la psicologa Amy Schmidt: “la fiducia è un tratto acquisito che prende forma da bambino e continua a svilupparsi nell’età adulta. Non è però necessariamente legato all’età. Dipende dalla capacità di interiorizzare l’obiettivo dentro se stessi e di giudicare noi stessi con amore e gratitudine”.

C’ è un racconto da cui possiamo prendere spunto: la lezione del passero

Un passero durante il volo decide di atterrare su un piccolo ramo. Il ramo è stabile e lo sostiene. Ma mentre si riposa, il vento inizia a soffiare e l’albero comincia a oscillare. Quando le fondamenta dell’albero vacillano, tuttavia, egli rimane indifferente perché comprende due preziose verità. In primo luogo, sa di poter volare. Non importa cosa succede al ramo, il passero può sempre fare affidamento sulle proprie capacità. E in secondo luogo, sa che ci sono altri rami su cui potrebbe stabilirsi se fosse necessario.”

Questa storia rivela alcune preziose intuizioni su una sana fiducia nei propri mezzi, sull’abilità che viene dall’esperienza e sulla resilienza. La lezione del passero ci insegna che quando la fiducia vacilla ci sono alcuni modi per andare avanti con coraggio.

  1. Credere in se stessi

Siamo come direbbe Lady Gaga, “nati così” o la fiducia è qualcosa che impariamo nel tempo? La fiducia è un tratto acquisito che prende forma da bambini e continua a svilupparsi nell’età adulta. Dipende dalla capacità di rivolgere il nostro obiettivo verso l’interno e vedere noi stessi con occhi pieni di gratitudine.

  1. Ripensare il passato

Non dobbiamo mai essere troppo severi verso la nostra storia, ma essere grati per ciò che abbiamo saputo creare. Ci sono fasi in cui la fiducia nelle proprie capacità viene oscurata da sentimenti di insicurezza e non si riesce più ad assaporare i propri risultati. Occorre allora fermarsi a riflettere sul proprio viaggio nel corso degli anni. I cambiamenti di carriera, i traslochi, la crescita dei figli, i figli che lasciano il nido, i comitati e le associazioni per cui ci siamo offerti volontari nel corso degli anni, le amicizie che abbiamo saputo stringere. Tutte queste esperienze che abbiamo creato sono il nostro momento clou. Guardando alle scelte, a tutto il lungo percorso fatto, si viene spinti ad andare avanti con maggiore sicurezza.

  1. Resilienza

Solo una profonda accettazione delle sfide permette di affrontarle con sicurezza e tranquillità. Accettando, ad esempio, il fatto che non abbiamo più 30 anni. Le cose possono essere diverse fisicamente ed emotivamente rispetto a dieci anni fa, ma in questa fase della nostra vita abbiamo più strumenti, come la tecnologia, a portata di mano. Stiamo vivendo vite più lunghe e più sane, il che accresce la nostra fiducia e il nostro impegno nell’apprendimento permanente, allenando il nostro cervello in modi nuovi e diversi.

  1. Cambiamento

Spesso si tende a guardare nello specchietto retrovisore e si comincia a dire “avrei dovuto o potuto”. Si inseguono i ricordi del passato, il nostro ieri. Dobbiamo spostare la lente e ricalibrarla, dobbiamo renderci conto che le cose cambiano, ma questo non significa che andassero bene prima. Dobbiamo fare ciò che serve per sentirci bene e forti. Quando ti senti bene, trasudi sicurezza. Non farti prendere dalla trappola della “frenesia” e non considerare il tempo una priorità.

  1. Consapevolezza

E’ importante essere consapevoli dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. Non dire a tutti: “va tutto bene” se non è così. Sii onesto con te stesso e trova amici con cui puoi essere vulnerabile e mostrare le tue vere emozioni. Scegli con saggezza le persone con cui condividere il tuo tempo. Considera le tue relazioni come il tuo miglior portafoglio.

  1. Motivazione

La cosa più importante è darsi uno scopo ogni giorno. Quando ti svegli, anche in quelle mattine in cui vuoi tirare le coperte sopra la testa, inizia la giornata con il cuore pieno di gratitudine. Ti alzerai in piedi e ti sentirai più sicuro nell’affrontare la giornata. Alzati, vestiti ed esci sono tre parole potenti da inserire nella routine quotidiana. Alzati e impara qualcosa di nuovo. Vestiti e sfida te stesso in un modo nuovo ed esci dalla tua zona di comfort. Inizia e riprova qualcosa che hai già fatto e non è andato bene, oppure fai qualcosa di nuovo. Concentrati sulle piccole vittorie di ogni giorno. Sali sul gradino più alto dei tuoi desideri.

Slow travel city trip. Visitare i luoghi con lentezza, in bicicletta o a piedi.

Slow travel city trip. Visitare i luoghi con lentezza, in bicicletta o a piedi.

“In un’epoca di accelerazione, niente può essere più esaltante di rallentare.
In un’epoca di distrazioni il vero lusso è prestare attenzione.”
Pico Lyer, scrittore inglese, autore de L’arte dell’immobilità.

All’estero lo chiamano “il gusto della bella vita” e per tutti rappresenta il modo di vivere dell’Italia. D’altra parte il “vivere slow” è partito dal nostro Paese e lentamente, ma con sicurezza, si è affermato in tutto il mondo. Slow Food per Carlo Petrini, Praise of Slow (Lode alla lentezza) per il giornalista scozzese-canadese Carl Honoré, a completare la mappa arriva lo “slow travel” della giornalista olandese Caroline Buijs, un tassello quanto mai opportuno al tempo dei viaggi del post Coronavirus.

Caroline Buijs ha fissato le regole dello ‘Slow travel’: basta con la lista infinita di cose da vedere assolutamente, serve un nuovo approccio. Rigorosamente in sella alla bicicletta o a piedi, scegliere sì una meta, un museo ad esempio, oppure un monumento, un negozio, ma essere sempre pronti ad interrompere il percorso colpiti dal dettaglio di un palazzo o incuriositi dall’insegna di un bar. Occorre lasciarsi distrarre o attrarre dalla bellezza nascosta del luogo in cui ci troviamo. Scambiare due chiacchiere con chi possa raccontarci la storia di quel luogo, tornare a casa con un ricordo preciso e unico, che potremo poi raccontare una volta rientrati. Un’esperienza completamente nuova se confrontata, ad esempio, con la classica visita al museo fatta di corsa, osservando dipinti e sculture di cui non ricorderemo nulla una volta usciti. Punto fermo dello “slow travel” è certamente la scoperta del quartiere nel quale si trova il proprio alloggio, approfittando di qualche momento di libertà per una passeggiata attorno al proprio hotel, ostello o B&B, fermarsi per un pausa caffè e osservare i volti delle persone che in quel quartiere vivono o lavorano, visitare il negozio che ci ha colpito dove comprare qualche regalo “non-convenzionale” per amici, parenti o per una persona speciale. Una volta in aeroporto o seduto sul treno col biglietto di ritorno fra le mani, se ripensando ai giorni appena trascorsi, si avrà la sensazione di aver scoperto un mondo nuovo, finora sconosciuto, avremo la certezza che lo ‘slow travel’ è stata una scelta azzeccata.

Noi a Fidenza siamo dei privilegiati, siamo infatti una delle Terre della via Francigena, uno dei percorsi europei più antichi, l’ideale per chi vuole vivere appieno l’esperienza dello ‘Slow travel’. Allo Shopping Park abbiamo tutto quello che ti serve per organizzarti nel migliore dei modi: abbigliamento tecnico ed attrezzatura da DECATHLON, con esperti pronti a dare suggerimenti utili anche ai meno preparati e poi per documentare i nostri viaggi è fondamentale avere con sé un’action camera di ultima generazione che potete facilmente trovare da COMET. Infine, se durante il viaggio sarete in compagnia del vostro fedele amico a 4 zampe, è obbligatorio un passaggio da MAXI ZOO. Goditi la meravigliosa esperienza dello “slow travel” e non dimenticare di inviarci qualche foto, le più belle le pubblicheremo sui nostri social!

Garden-sharing, condividere il proprio giardino con gli altri. Una splendida opportunità.

Garden-sharing, condividere il proprio giardino con gli altri. Una splendida opportunità.

“Lend and tend”, arriva dall’Inghilterra l’ultima tendenza green.

Cos’è il garden-sharing? L’idea è semplice, ci sono persone che vorrebbero un giardino di cui prendersi cura ma non ce l’hanno, altre che ne hanno uno, ma manca il tempo o la voglia di occuparsene. Per rispondere a queste due esigenze, l’inglese Joyce Veheary ha creato una piattaforma on-line, www.lendandtend.com, che funziona in questo modo: ci si iscrive al sito, si compila un questionario e ci si presenta, sia che uno cerchi un giardino, sia che uno lo voglia prestare. In poco tempo Joyce o i suoi collaboratori mettono in contatto le persone che cercano un giardino con chi lo vuole affidare temporaneamente alle cure di qualcuno. Il successo in Inghilterra è stato immediato, qualche “connessione” è nata anche in Australia e negli Stati Uniti.
Il garden-sharing non tocca solo la vita dei singoli ma ha un impatto anche sulla vita di comunità, si possono costruire rapporti fra le varie generazioni, condividere conoscenze e far nascere nuove amicizie. Per alcuni anziani significa superare la solitudine, ripartire costruendo nuove relazioni. Ci si può sentire più coinvolti nella vita del quartiere, diventare dei vicini ancora migliori, potenzialmente ne guadagna anche la sicurezza delle nostre città. Conoscere nuove persone, magari quelle che consideravamo troppo diverse e distanti da noi. Trascorrere del tempo in giardino, all’aria aperta dimenticando il traffico e lo stress della nostra quotidianità non può che essere un ottimo motivo per vivere con entusiasmo l’esperienza del garden-sharing.

I benefici del giardinaggio sono davvero tanti, essere in uno spazio verde migliora il nostro umore, alcuni gesti come seminare o estirpare le erbacce aiutano la meditazione, rilassano, fanno bene all’anima. Osservare la natura, vedere le piante crescere ci rende più sereni, ci spinge ad apprezzare le piccole cose.
Quello che ci insegna Joyce è che la stessa esperienza positiva la possiamo vivere anche se ad occuparsi del nostro giardino è un’altra persona, come se le mani sporche di terra fossero le nostre.

SIAMO TUTTI A CASA. PREPARIAMO UN CENTRIFUGATO!

SIAMO TUTTI A CASA. PREPARIAMO UN CENTRIFUGATO!

Volete fare un pieno di vitamine e sali minerali? Ecco i centrifugati più buoni!

Carote, finocchio e sedano.
3 carote, 1 finocchio (solo il cuore), 1 gambo di sedano bianco e del succo filtrato di limone. Raschiate le carote con il coltello, lavatele, asciugatele, ponetele nella centrifuga a pezzi e spremetene il succo. Otterrete circa ½ bicchiere. Centrifugate anche il finocchio e il sedano, avrete circa 4 cucchiaiate di succo. Versate i succhi ricavati in un bicchiere uniti al limone.

Peperone e pomodoro.
1 grossa falda di peperone giallo o verde, a piacere. 150 grammi di pomodori maturi, qualche foglia di basilico. Tagliate a pezzi i pomodori privandoli dei semi. Eliminate dalla falda di peperone le costole bianche e i semi, e tagliatela a tocchetti. Ponete pomodori e peperoni nella centrifuga, unite con qualche foglia di basilico.

Cetriolo e carota.
1 cetriolo, 2 carote, qualche foglia di prezzemolo, del succo filtrato di limone. Lavate il cetriolo, tagliatelo a pezzi e ponetelo nella centrifuga. Aggiungete le carote tagliate a pezzi e le foglie di prezzemolo. Centrifugate raccogliendo il succo in un bicchiere insieme a quello del limone filtrato.

Zucchine, menta e basilico.
4 zucchine, 1 rametto di menta fresca, 1 rametto di basilico e succo filtrato di limone. Lavate le zucchine, non pelatele e ponetele nella centrifuga insieme alle foglie di menta e basilico. Centrifugate raccogliendo il succo in un bicchiere, unite quello del limone precedentemente filtrato. Mescolate con un cucchiaio e servite al naturale, magari aggiungendo un po’ d’acqua. Volendo, potete sostituire il succo di limone con 1 cucchiaiata di aceto di mele.