Letture d’agosto: “Quello che non ti dicono” di Mario Calabresi

Letture d’agosto: “Quello che non ti dicono” di Mario Calabresi

E’ calato il silenzio sugli anni di piombo. Non c’è più voglia di ritornare a guardare in faccia quei ragazzi, le loro illusioni, le loro storie. E’ anche difficile sottrarsi a una narrazione che rifugga in pari misura apologia e condanna. Uno dei pochi che riesce ad affrontare quegli anni con  la lucidità del cronista e l’umanità dello scrittore è Mario Calabresi che con il suo ultimo “Quello che non ti dicono” ci consegna un ritratto struggente di quella generazione di ragazzi persi dietro il miraggio di un’utopia finita nella tragedia che tra inganni e disinganni ha tradito le speranze degli stessi protagonisti.

L’espediente narrativo da cui parte il racconto è l’appello di una ragazza che non ho mai conosciuto il padre. Vuole sapere chi era. E il racconto del cronista prende avvio dalle “fonti” famigliari: lettere, scritti., appunti, testimonianze. Attraverso queste tracce sfuggite all’oblio o alla voluta dimenticanza viene liberato, esce dalla polvere del tempo, il profilo di un giovane dall’intelligenza promettente, dall’animo inquieto e generoso, alla ricerca di una trasformazione impossibile, sospeso tra l’appartenenza ad ambienti sociali dai codici di comportamento inconciliabili.

Si trova a convivere con un mondo di ombre dove la giustizia diventa sommaria, l’amicizia sfuma nell’interesse, la lealtà cede al tradimento, l’egoismo veste i panni dell’ideale e le persone vengono cancellate dall’indifferenza, dal risentimento o dall’eccesso di dolore. Ci sono amici e compagni ma anche uomini troppe volte sfuggenti, equivoci e miseri. La generazione che ha perso una battaglia e quella che ha smarrito la propria umanità. Al centro c’è lui, Carlo Saronio, la cui figura di brillante studente spicca allo stesso modo in cui emerge tra i volti di una foto ingiallita dal tempo. Sullo sfondo una Milano ancora industriale, in particolare la “Stalingrado d’Italia”, Sesto San Giovanni, dove tra le ciminiere della Breda e dell’Ansaldo, s’incontrano la rabbia dei figli degli operai e il desiderio di cambiare il mondo dei figli della buona borghesia milanese, tra inesistenti servizi sociali e scuole di periferia per i figli degli immigrati. Un’Italia in preda a vorticosi cambiamenti dove la periferia degli esclusi, dei paria, smuove la coscienza della gioventù migliore ma su questi afflati, non privi di una certa ingenuità, si innesca un progetto più alto, più duro, più ambizioso: costringere, anche a costo di imbracciare le armi, il cambiamento sociale verso una direzione precisa. Nell’urgenza di questa forzatura divampa l’incendio che divorerà un’intera generazione.

“Quello che non ti dicono” non racconta il piombo di quegli anni, ma le vite che s’inerpicano su quel cammino che brucia i sogni e li trasforma in delusioni. Calabresi scava con pazienza e umana pietà lo strato di polvere che avvolge la figura di Carlo, esplorando questo mondo con una delicatezza di padre che restituisce un altro padre alla figlia che non l’ha mai conosciuto.

Una lettura che chiude l’estate e ci prepara alle fatiche del prossimo autunno.

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Letture d’agosto: “Focus” di Arthur Miller

Letture d’agosto: “Focus” di Arthur Miller

Che cosa muove la giostra? E che cosa si nasconde sotto la giostra? E se la giostra fosse una metafora della società, qual è il meccanismo che la muove? Cosa si nasconde dietro la vita all’apparenza tranquilla di un quartiere di New York? Anni Quaranta, middle class americana, quartiere con casette tutte uguali con porticato, le sedie a dondolo sulla veranda, muretti bassi delimitano il piccolo giardino, in garage l’auto per la gita domenicale, mentre ogni giorno gli office workers escono al mattino dal Queens, prendono la metropolitana e raggiungono i propri uffici nelle corporation che hanno i propri quartier generali nel cuore di Manhattan. Un mondo ordinato, educato, fatto di routine, visi noti.
Un giorno l’arrivo di un nuovo vicino, un vecchio signore ebreo, manda in frantumi il piccolo mondo di regole non scritte, e scatena l’antisemitismo dei residenti, con gli stessi stereotipi che imperversano in Europa. Un risentimento che coinvolgerà anche il protagonista del romanzo, Lawrence Newman. Newman non è ebreo e vive da sempre nel quartiere ma il suo aspetto e la sua educazione lo fanno sembrare tale agli occhi del vicinato. Come è possibile? A Newman lo spiega il suo vicino Fred, l’impiegato di banca che si trasforma in insospettabile teppista che rovescia i bidoni del pattume nel giardino degli indesiderati ebrei e che frequenta le riunioni del Fronte Cristiano che li vuole scacciare: “So che non è vero ma quando ti trovi con dieci persone che sostengono una cosa, ti devi adeguare…”. Fred rima e la moglie poi lo invitano a schierarsi dalla parte del Fronte.
Lawrence all’inizio non è preoccupato, legge le scritte antisemite sui treni della metropolitana ma non coglie la situazione, non riesce a vedere. È molto opportuno l’espediente narrativo che lo descrive affetto da una miopia che non accetta e che lo costringe a mettere gli occhiali, in questo modo può “leggere” meglio le cose che gli capitano e nello stesso tempo questo solo fatto lo fa “assomigliare” ancora di più a un ebreo. Ritroviamo in modo sorprendente in Miller le problematiche tra la definizione soggettiva e sociale dell’identità già affrontate da Pirandello in molta della sua produzione letteraria e teatrale.
Lawrence si trova in una situazione ambigua. Da un lato è l’uomo tranquillo nella sua casetta dalle persiane verdi. Dall’altro vuole sentirsi parte del suo quartiere, della sua azienda, del tessuto di bune relazioni col vicinato. Tuttavia di fronte all’esplodere della violenza gratuita e irrazionale farà la sua scelta, deciderà di schierarsi, di non restare spettatore indifferente e ritroverà la sua umanità in nome dei principi di convivenza pacifica del Paese in cui vive: l’America.

Con il suo secondo libro, pubblicato negli USA nel 1945, Arthur Miller anticipa le istanze antirazziali che troveranno spazio nelle sue produzioni degli anni successivi. “Focus”, pubblicato in Italia anche con il titolo tradotto in “A fuoco”, è un classico forse meno noto della letteratura del Novecento che merita di essere riscoperto, caratterizzato da una scrittura moderna e tematiche ancora incredibilmente attuali.

Letture d’agosto: “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Letture d’agosto: “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Ci sono tre uomini un inglese, un tedesco e un cubano: quale è la spia? Il nostro agente all’Avana è un classico del racconto, e non solo del genere spy story.

Coinvolge da subito il lettore nella storia di un’amicizia tra due uomini, un inglese e un tedesco, Wormold e Hasselbacher, uniti dalla disillusione per ragioni diverse eppure in fondo simili, c’entra il sentimento, per una donna e per una patria, in fondo heimat si presta per tradurre entrambe: la casa è una donna ed è la patria. Sono quelli che oggi definiremmo due expat, che vivono in una cuba fosca e diffidente, piena di misteri e di nebbie, un amore malinconico che ha già dentro il sentimento della fine. “Per ogni uomo una città consiste in poche strade, in poche case, in poche persone. Se si eliminano queste poche cose, una città non esiste più, se non come una sofferenza nel ricordo, qualcosa di simile al dolore di una gamba amputata.”
Cosa può indurre un modesto rivenditore di aspirapolveri che vive all’Avana a trasformarsi in una spia? Patriottismo? Senso della giustizia? Bisogno di soldi? “In un momento folle, ubbidire sembra sempre la soluzione più semplice.” Il libro si sviluppa con una serie di imprevisti e arguzie, raggiri e invenzioni, una rete dove tutti precipitano perché hanno bisogno di credere al proprio gioco e dove la morte si insinua come possibilità ed occasione.
Nessuno è innocente, molti sono scaltri, tutti perdono qualcosa.
L’opera di Greene ha il ritmo di una storia di spionaggio, la malinconia di un romanzo dell’anima e il brio di un racconto giornalistico. Tra situazioni paradossali e un po’ buffe Jim impara a diffidare e capisce come “il ricordo del dolore viene perduto infliggendo sofferenza”, così “si vien burlati con crudeltà e con altrettanta crudeltà si burla”.
Vi prenderà e non lo lascerete più fino alla fine!